La disponibilità degli apostoli a morire per la loro fede è uno degli argomenti più comunemente citati per la storicità della risurrezione. Eppure, secondo le mie ricerche e la mia esperienza, è uno dei più fraintesi. È importante non esagerare né sottovalutare il significato di questo punto. Nel mio libro The Fate of the Apostles (La Morte degli Apostoli, ndr), espongo accuratamente l'argomento in questo modo:
"Gli apostoli trascorsero tra un anno e mezzo e tre anni con Gesù durante il suo ministero pubblico, aspettandosi che egli proclamasse il suo regno sulla terra. Sebbene disillusi dalla sua morte prematura, divennero i primi testimoni di Gesù risorto e sopportarono le persecuzioni; molti di loro sperimentarono poi il martirio, firmando la loro testimonianza, per così dire, con il proprio sangue. La forza della loro convinzione, segnata dalla loro volontà di morire, indica che non hanno inventato queste affermazioni; piuttosto, senza eccezioni, credevano davvero che Gesù fosse risorto dai morti. Sebbene questi fatti non provino di per sé né la verità della risurrezione in particolare né il cristianesimo nel suo complesso, essi dimostrano la sincerità di fede degli apostoli, conferendo credibilità alle loro affermazioni sulla veridicità della risurrezione, che è fondamentale per la causa del cristianesimo."
Tuttavia, molti critici si sono giustamente opposti e hanno messo in dubbio il valore di questa argomentazione. Nel suo libro The Myth of Persecution (Il Mito della Persecuzione, ndr), la professoressa Candida Moss, ad esempio, sostiene che ai cristiani "piace pensare ai loro martiri come unici. Il fatto che i primi cristiani fossero disposti a morire per le loro convinzioni è stato visto come un segno della verità intrinseca del messaggio cristiano … Il cristianesimo è vero, si dice, perché solo i cristiani hanno dei martiri" [1].
Per cosa sono morti gli Apostoli?
Per rispondere è importante sottolineare due punti. In primo luogo, come dimostro in The Fate of the Apostles, ci sono molti martiri al di fuori del cristianesimo; l'affermazione non è che solo i cristiani hanno dei martiri, ma che gli apostoli sono morti unicamente per la convinzione di aver effettivamente visto il Cristo risorto, il che dimostra la sincerità delle loro convinzioni. La morte di altri per le loro cause religiose non mina in alcun modo il significato probatorio della sorte degli apostoli.
Una questione di sincerità
In secondo luogo, la disponibilità degli apostoli a morire per le loro convinzioni non dimostra "la verità intrinseca del messaggio cristiano", come sostiene Moss. Piuttosto, dimostra che gli apostoli credevano davvero che Gesù fosse risorto dalla tomba. Gli apostoli avrebbero potuto sbagliarsi, ma la loro volontà di morire come martiri dimostra la loro inequivocabile sincerità. Gli apostoli non erano dei bugiardi; piuttosto, credevano di aver visto Gesù risorto, erano disposti a morire per questa affermazione e, come mostro in The Fate of the Apostles, molti sono effettivamente morti per questo.
Conclusione
Ecco il nocciolo della questione: la volontà degli apostoli di morire per la loro fede non prova che il cristianesimo sia vero; dimostra semplicemente che gli apostoli credevano sinceramente che Gesù fosse risorto tra di loro. Non hanno inventato la storia. Credevano che Gesù fosse risorto dalla tomba e fosse apparso loro personalmente. La loro disponibilità a pagare il prezzo più alto per questa convinzione dimostra la profondità della loro sincerità.
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[1] Candida Moss, The Myth of Persecution: How Early Christians Invented a Story of Martyrdom (New York: HarperCollins, 2013), 17, 81.
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Sean McDowell, Ph.D., è professore di Apologetica cristiana alla Biola University, autore di oltre 15 libri, oratore riconosciuto a livello internazionale e insegnante part-time di scuola superiore. Seguilo su Twitter: @sean_mcdowell, TikTok, Instagram e il suo blog: seanmcdowell.org.